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Interviste

Lorenz Castelli, “In fin dei conti”: «Scrivere significa guardare in faccia la realtà»

“In fin dei conti” è il nuovo singolo di Lorenz Castelli, un brano che nasce da un’esperienza personale e dalla necessità di dare una forma a ciò che resta dopo una delusione. Al centro della canzone c’è il momento in cui si smette di cercare risposte nell’altra persona e si comincia a guardare con maggiore lucidità a quello che è successo.

Per Lorenz Castelli la scrittura diventa così uno spazio in cui affrontare emozioni, domande rimaste aperte e consapevolezze maturate nel tempo. In questa intervista l’artista racconta il percorso che porta un’esperienza vissuta a trasformarsi in una canzone, il confine tra realtà e scrittura e il significato più profondo di “In fin dei conti”.

Hai definito la scrittura uno strumento di “catarsi e pulizia dell’anima”. Quando hai capito che scrivere poteva avere questa funzione?

La consapevolezza è arrivata nel momento in cui ho compreso, riflettendo profondamente su me stesso, che trattenere le emozioni negative equivale ad avvelenarsi lentamente. Spesso, nella società odierna, veniamo in qualche modo spinti a reprimere le delusioni o a nascondere il dolore sotto il tappeto, creando una facciata di perfezione che non esiste. Ho capito che la chitarra e il foglio bianco non erano solo semplici strumenti di composizione musicale, ma una vera e propria via di fuga per tutelare la mia stabilità emotiva. Scrivere mi permette di decostruire il malessere pezzo per pezzo, analizzarlo dall’esterno e togliergli il suo potere distruttivo. È un atto di “pulizia” assoluta perché ti costringe a guardare in faccia la realtà, per quanto possa risultare scomoda, e a trasformare un’energia stagnante in qualcosa di creativo, vitale e condivisibile. Dal mio personale punto di vista, l’arte pop-rock deve avere questa funzione introspettiva e terapeutica: se non cura prima e profondamente chi la crea, difficilmente potrà arrivare a toccare l’anima di chi l’ascolta.

Quanto tempo deve passare perché un’esperienza dolorosa possa diventare una canzone?

Non esiste un timer o una formula matematica universale, ma ritengo che dipenda in maniera cruciale dalla nostra reale maturità emotiva e da quanto siamo disposti a metterci in discussione. Personalmente, ho bisogno che la fase acuta della delusione — quella che io definisco spesso come una fortissima “febbre” emotiva — inizi a scendere e a stabilizzarsi. Se scrivi quando sei ancora totalmente accecato dalla rabbia, rischi di produrre un pezzo vendicativo, sterile, che non porta alcun valore aggiunto né a te né al pubblico. La vera scintilla creativa avviene quando subentra l’accettazione e la lucidità. Quando riesci a guardare l’evento doloroso non più come un torto ingiusto che hai subito, ma come un’occasione fondamentale per imparare a non reiterare gli stessi schemi. Solo in quel momento di consapevolezza l’esperienza diventa matura e pronta per essere trasformata in una canzone, capace di stimolare anche chi la ascolta verso un atteggiamento più sano e proattivo. 

Quando parti da qualcosa che hai vissuto, quanto conservi della realtà e quanto invece trasformi attraverso la scrittura?

Il nucleo emotivo deve rimanere assolutamente puro, crudo e intatto, altrimenti chi ascolta percepisce immediatamente una stonatura di fondo, una mancanza di autenticità. La delusione reale, il senso di smarrimento totale davanti a una porta chiusa senza spiegazioni, la difficoltà di dover accettare un vuoto improvviso: tutto questo è reale al cento per cento. Quello che invece vado a trasformare e levigare è la cornice narrativa e il contesto specifico. Il mio obiettivo artistico non è mai quello di fare la pura cronaca di un fatto privato o di lanciare un banale attacco personale, cosa che riterrei inutile, oltre che distante dal mio modo di essere. Piuttosto, universalizzo il messaggio. Smusso i dettagli troppo intimi per fare in modo che chiunque, ascoltando “In fin dei conti”, possa immedesimarsi, rivedere la propria storia e ritrovare la propria voglia di rinascita.

C’è stato un verso di “In fin dei conti” particolarmente difficile da mettere nero su bianco?

Senza ombra di dubbio la domanda centrale e più cruda del brano: “Ti sei nascosta o ti ho perso?”. Mettere nero su bianco queste specifiche parole è stato un processo emotivamente faticoso, perché ha significato costringermi ad ammettere a me stesso una verità estremamente scomoda. Finché si pensa di aver semplicemente “perso” qualcuno, si resta nell’ambito del lutto naturale, di una fine fisiologica che purtroppo fa parte del normale gioco della vita. Ma quando realizzi e hai il coraggio di scrivere “ti sei nascosta”, stai oggettivando un atto di viltà, la scelta precisa di qualcuno di sottrarsi al confronto adulto. È stato difficile da scrivere perché spazza via ogni inutile illusione, ma allo stesso tempo è stato il passaggio più liberatorio di tutti: ha sancito il momento in cui ho smesso di cercare colpe in me stesso per responsabilità che non mi appartenevano affatto. 

Trasformare una ferita in musica significa anche prendere una certa distanza da ciò che è successo?

Esattamente, è un processo di distacco vitale e necessario. Trasformare un’esperienza tossica in un brano significa letteralmente prendere il proprio dolore, estrarlo dal petto e appoggiarlo in modo ordinato su uno spartito. Da quel preciso istante, non è più un macigno opprimente, ma un oggetto esterno che puoi guardare con ritrovata obiettività. Viviamo in una dinamica sociologica in cui, in modo paradossale, si osserva come moltissime persone preferiscano abbracciare ciecamente il “malessere”, facendone una sorta di compagno di vita e mettendo in disparte i rapporti sani. Scrivere questa canzone è stato il mio scudo personale contro questo paradosso. Prendere distanza non significa rinnegare o dimenticare, ma disinnescare. Significa avere la lucidità di dirsi: “Ho incassato il colpo, ho capito la lezione e non ripeterò mai più questo schema”. 

Una volta terminato il brano, hai avuto la sensazione di aver chiuso qualcosa oppure di averlo finalmente compreso?

Sono accadute entrambe le cose, ma in un ordine gerarchico e temporale ben preciso: prima di tutto l’ho compreso e, solo grazie a questa profonda comprensione, l’ho potuto definitivamente chiudere. Molte persone oggi si affannano nel tentativo di “chiudere” forzatamente un rapporto rimuovendolo o ignorandolo, ma senza un’autentica comprensione del meccanismo, la chiusura è solo fittizia. Osservando le dinamiche umane contemporanee, noto che la mancanza di una spiegazione lascia fantasmi che intossicano per anni. Arrivando all’ultima nota di “In fin dei conti”, ho compreso dal mio personale punto di vista che chi sceglie di nascondersi semplicemente non ha alcuna verità da offrire. Questa comprensione mi ha restituito la pace: ho smesso di aspettare risposte impossibili dall’esterno, trovando la mia quadratura attraverso un sincero percorso di autocoscienza. 

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